Recensione di LUIGI OLIVAZZI
Su consiglio di Mariarosaria e Matteo ho avuto la possibilità di leggere, in prestito dalla Biblioteca, L’ oro e la patria. Storia di Niccolò Introna, eroe dimenticato di Federico Fubini.
Racconta l’interessante storia, ai più sconosciuta, di Niccolò Introna, direttore generale della Banca d’Italia, che durante la Seconda guerra mondiale salvò tutto l’oro (120 tonnellate) presente nei sotterranei della banca, evitando l’appropriazione da parte di un gruppo di ufficiali nazisti che fece irruzione nel palazzo Koch. Tra loro il tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, comandante dello spionaggio hitleriano.
I tedeschi presentarono una richiesta senza mezzi termini al fascistissimo governatore della Banca d’Italia dell’epoca, Vincenzo Azzolini. Solo Introna decise di opporsi e, con una complicata operazione, impedì ai nazisti di trafugare la ricchezza degli italiani.
Durante il fascismo, Introna aveva combattuto in segreto contro la corruzione e il sistema cleptocratico che gravitava attorno a Mussolini, documentando le operazioni del Duce per trafugare il denaro pubblico. Nonostante il suo operato, il suo nome è stato volutamente cancellato e dimenticato.
Questo libro è basato su circa ottantamila pagine di documenti che Introna aveva portato di nascosto a casa dalla Banca d’Italia quasi ogni sera fra i primi anni ’20 e la fine degli anni ’40.
Nel giugno del ’44, alla liberazione di Roma, gli americani lo misero a capo della Banca d’Italia poiché era l’unico funzionario non compromesso.
Lui immediatamente perseguì i colpevoli del furto dell’oro degli italiani.
La sua intransigenza mise a disagio persino le forze antifasciste perché anche tra queste élite permaneva la regola del “cane non morde cane”, così non tardarono a metterlo da parte e a rimuoverlo.
Come descritto a pagina 189 «non si macchiò della benché minima malleabilità. L’Italia era da ricostruire come si poteva, con il materiale umano che c’era, non si poteva certo permettere un eroe borghese tra le file, uno che non sapeva stare al mondo. Come avrebbe detto Andreotti dell’avvocato Giorgio Ambrosoli trent’anni più tardi, se l’era cercata».
Uno spaccato della storia del Paese, lo specchio dei conflitti interni ai vertici del fascismo e del sofferto passaggio alla democrazia.
La vicenda di un servitore dello Stato che ha sempre combattuto con vigore l’ingerenza della politica nella gestione del credito, la competenza nel sistema bancario centrale e la preveggenza del vecchio banchiere, prima della fine della guerra, nell’approntare e poi nascondere gli impianti e i cliché «per stampare, al momento della liberazione di Roma, banconote, assegni e vaglia cambiari che si sarebbero resi indispensabili quando i nazisti se ne fossero andati facendo terra bruciata, così che l’Italia avrebbe avuto moneta circolante in modo che il paese non sprofondasse nel baratro.»

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