di Matteo Speraddio
Anche i più affezionati lettori di questo autore napoletano tradotto ormai in moltissime lingue scopriranno in questo romanzo un de Giovanni per molti aspetti diverso e sorprendente.
Prima di tutto per l’ambientazione che non è quella napoletana. La vicenda si svolge nella capitale, sconfinando, come dice il titolo, fino a Brest, nell’accogliente Francia per i fuorusciti italiani all’epoca di Mitterand.
Poi per la strutturazione del romanzo. La lettura dei primi capitoli è qualcosa di pirotecnico, perché l’autore, in ogni capitolo, propone un incipit diverso. Incipit intriganti, che creano spaesamento e invogliano il lettore a immaginare collegamenti per storie che sembrano molto lontane e divergenti . Una scrittura immediatamente coinvolgente, quindi, come al solito e più del solito.
Poi per il periodo in cui trovano radici storie del passato e storie del presente: gli anni bui “del piombo e del tritolo”, forse gli anni più tormentati della storia della repubblica, in cui spesso non era chiaro neppure da che parte fosse lo Stato con i suoi apparati di sicurezza e i suoi servizi segreti. Anni difficili da raccontare, quindi.
Un romanzo noir e un romanzo politico, che parla di genitori e di figli, per i quali il passato non è mai diventato veramente passato, perché non lo conoscono fino in fondo.
Quel passato non lo conosce fino in fondo neppure la società civile italiana, anche dopo inchieste pluridecennali e dopo condanne definitive, arrivate nonostante i depistaggi di chi avrebbe dovuto agevolare la ricerca della verità.
Molti dei personaggi, come ha scritto Daniele Preziosi sul quotidiano Domani, a noi sembra di conoscerli o pensiamo di riconoscerli, perché ne abbiamo trovato brandelli nelle cronache giornalistiche che cercavano di scavare nelle storie del sottosuolo di un paese che stenta sempre a fare i conti con il passato anche quando sembra ripresentarsi con le sue ombre lunghe e inquietanti sul presente.

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