Domenica 2 novembre 2025, alle ore 16,00, ci siamo recati al Campo Santo dei colerosi per il rito dei defunti.
Lo stato di abbandono del Campo Santo di Cupa SantโAniello avrebbe dovuto evocare rispetto e memoria. E invece, come spesso accade, il passo tra commozione e barbarie รจ stato breve.
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A partire dal 1836, nel Campo Santo di Cupa SantโAniello furono sepolte le vittime del Cholera Morbus provenienti dai cinque Comuni vesuviani del 1ยฐ Distretto di Napoli: San Giovanni a Teduccio, Barra, San Giorgio a Cremano, Portici ed Ercolano (allโepoca Resina).
I Comuni furono costretti a consorziarsi, probabilmente su ordine delle autoritร , per far fronte allโemergenza sanitaria. Lโarea non fu concepita come un cimitero monumentale, ma come un terreno funzionale: un luogo dove scavare fosse comuni e seppellire rapidamente i morti per arginare la diffusione del contagio.
Allโepoca, infatti, non erano ancora stati costruiti i cimiteri previsti dalla Legge n. 653 dellโ11 marzo 1817, che imponeva di realizzare camposanti fuori dai centri abitati. Ventโanni dopo, quando scoppiรฒ lโepidemia di colera del 1836, la norma era ancora disattesa: si continuava a seppellire nelle chiese.
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Lo storico e sacerdote Davide Palomba, nelle ยซMemorie storiche di San Giorgio a Cremanoยป (1881), racconta che, dopo la diffusione del colera, il governo stabilรฌ che i morti del morbo dovessero essere sepolti in luoghi separati dallโabitato.
Poichรฉ San Giorgio a Cremano era circondata da altri Comuni, il rischio era di trovarsi accerchiata da piรน cimiteri. Si decise quindi, con il consenso unanime dei cinque Comuni, di creare un unico Campo Santo consortile a Cupa SantโAniello.
Il terreno, appartenente ad Andrea Ascione, fu acquistato per 698 ducati. Per molti anni, nel Giorno dei Morti, la confraternita del Buon Consiglio di Portici vi si recava in processione per suffragi e preghiere. Ma dopo la morte del rettore monsignor Fusco, anche questa tradizione si spense, lasciando il luogo allโoblio.
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Il terreno iniziale di 3.000 mq risultรฒ presto insufficiente. Le successive epidemie del 1837, 1854, 1855 e 1865 costrinsero il Comune di San Giovanni a Teduccio a espropriare altri terreni, portando la superficie a 6.000 mq.
Nel 1865, lโarchitetto Filippo Fiorillo curรฒ lโampliamento del Camposanto. Lโesproprio del fondo Gigli generรฒ una lunga controversia giudiziaria: il Comune di San Giovanni fu condannato a risarcire i proprietari, e la spesa, dopo un lungo contenzioso tra i Comuni stessi, venne infine ripartita tra tutti i Comuni consorziati con sentenza del Tribunale di Napoli del 27 luglio 1869.
Le ultime inumazioni risalgono al 1887. Da allora il Campo Santo fu progressivamente abbandonato: cessรฒ difatti la gestione consortile, e nessun Comune volle farsi carico della manutenzione. Nel 1888 il Comune di San Giovanni ne propose la soppressione, suggerendo perรฒ che il sito restasse come monumento consortile in memoria delle vittime del colera.
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Nel Secondo Dopoguerra il Campo Santo cadde definitivamente in rovina. Negli anni Cinquanta si arrivรฒ perfino a proporne la vendita. A tuttโoggi, il luogo versa nel degrado, tra incuria e disinteresse delle istituzioni.
Le amministrazioni dei cinque Comuni si rimpallano da decenni la questione della competenza e della proprietร del sito. Giร nel 1953, un verbale intercomunale constatava che il Consorzio non aveva mai avuto uno statuto nรฉ un atto costitutivo formale, funzionando ยซsolo per necessitร contingente ed eccezionaleยป. Da allora nulla รจ cambiato: ogni riunione riparte da zero, senza risultati concreti.
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Non รจ noto con precisione quante furono le vittime inumate a Cupa SantโAniello, ma i dati anagrafici dei Comuni consorziati offrono unโindicazione eloquente di quello che accadde.
I defunti dei cinque comuni, relativi ai due anni precedenti e ai due successivi alla prima epidemia (1834, 1835, 1838 e 1839), furono complessivamente 3.635, con una media annua di 901,25.
Negli anni 1836 e 1837, periodo dellโepidemia, i morti furono 3.613, con una media annua di 1.806,5.
In pratica, il numero dei decessi si raddoppiรฒ. Se i dati fossero ulteriormente disaggregati nei mesi piรน acuti dellโepidemia, emergerebbe con ancora maggiore evidenza la drammaticitร di quanto accadde.
Peraltro, A. Forti Messina nel volume ยซSocietร ed epidemia โ Il colera a Napoli nel 1836ยป scrive che tutti i defunti indistintamente finirono (i comuni mortali) nelle fosse comuni: ยซFu subito evidente la necessitร di impedire che i morti di colera fossero sepolti entro la cittร : tutte le fosse delle chiese dovevano essere chiuse e murate per sempreยป.
Alle vittime del colera del 1836/37 vanno aggiunte quelle delle epidemie successive.
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Il Campo Santo di Cupa SantโAniello รจ un luogo di grande valore storico e civile: testimonia la sofferenza di intere comunitร travolte dalle epidemie.
Eppure, oggi รจ dimenticato. Il suo stato di degrado offende la memoria delle vittime e la coscienza di chi dovrebbe tutelarle.
Ricordare serve a comprendere la nostra storia e a dare senso ai luoghi che la custodiscono.

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