Domenica 2 novembre alle sedici, un gruppo di persone, una cinquantina, si è ritrovato in via Cupa di Sant’Aniello, all’estremo limite orientale della città di Napoli, davanti all’ingresso del cimitero dei colerosi, per ricordare questi defunti abbandonati all’oblio.

È tutto pronto per una celebrazione religiosa, ma sono presenti anche autorità civili come il Presidente della VI Municipalità di Napoli e il subcommissario del Comune di San Giorgio. Sul muro di cinta una corona del Comune di Napoli e la bandiera della Società Operaia di Mutuo soccorso di Barra.

L’appuntamento è stato promosso da alcune associazioni che operano sul territorio: Voce nel deserto, Comitato Civico San Giovanni a Teduccio, Società Operaia di Mutuo Soccorso di Barra, Barra R-Esiste, Biblioteca sociale “La casa di Francesca” di Barra, ACLI-Beni Culturali di San Giovanni a Teduccio, Comitato No Inceneritore, Il Mondo che vorrei.

L’intento è quello di richiamare l’attenzione su questo sito dimenticato in cui sono sepolte le ultime spoglie delle migliaia di persone falciate dal colera, una malattia endemica nel napoletano per tutto il XIX secolo.

Solo la croce che campeggia sul cancello e una lapide sul muro testimoniano però che si tratta di un cimitero, anzi di un “Camposanto colerico”, com’è definito sulla lapide. Allo sguardo del visitatore si presenta uno spazio verde abbandonato, impraticabile per la presenza inestricabile di sterpaglie e di rovi. Nessuna traccia di tombe e di lapidi, ad eccezione, a ridosso del muro di cinta, di una stele che ricorda Macedonio Melloni.

La lapide apposta nel 2017, probabilmente in un contesto molto simile, ricorda che le migliaia di spoglie qui sepolte sono state nel passato vittime del colera e oggi vittime dell’oblio, sottolineando che questo posto avrebbe “diritto al decoro”. Appunto.