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È questo il terzo incontro-dibattito che ospitiamo a “La casa di Francesca” sul tema del referendum costituzionale relativo alla riforma dell’Ordine giudiziario. Anche questo, come i precedenti, l’abbiamo organizzato in collaborazione con la Società Operaia di Mutuo Soccorso di Barra.

Nel primo incontro è intervenuto il giovane magistrato Giuseppe Izzo, nel secondo sono intervenuti il Procuratore generale presso la Corte di Appello di Napoli, Aldo Policastro, e l’intellettuale Pietro Spirito, nel terzo interviene ancora una volta un’esponente della Magistratura, la dott.ssa Simona Di Monte, Avvocato generale presso la Corte di Appello di Napoli.

Il titolo di questo incontro “Dalla parte della Costituzione” esprime la convinzione che la riforma alteri i rapporti tra il potere giudiziario e quello esecutivo, a favore dell’esecutivo, cioè del governo.

Questo si inserisce in un contesto in cui, per un processo che dura da molti anni, il parlamento sta cedendo sempre più il proprio potere (quello legislativo) al governo, quasi esaurendo la sua funzione nell’approvare i decreti-legge sfornati dall’esecutivo. Insomma, sembra che l’equilibrio tra i poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) disegnato dai costituenti sia sempre più sbilanciato a favore dell’esecutivo.

Ciò è confermato dal fatto che la riforma sottoposta al giudizio popolare è stata scritta direttamente dal governo, contraddicendo quanto diceva uno dei padri costituenti, Piero Calamandrei: «Quando si parla di Costituzione, il governo deve restare fuori dalle aule parlamentari». È quanto fece il governo De Gasperi durante il lungo lavoro della Costituente, limitandosi a fornirle i libri e i materiali di cui aveva bisogno per portare avanti il proprio lavoro, senza interferenze.

Non solo: il lavoro parlamentare è stata molto spedito, nonostante le varie letture previste dall’art. 138 della Costituzione. Il risultato è un testo a cui il Parlamento non ha aggiunto o corretto neppure una virgola, approvandolo come uscito dalla penna del Ministro della giustizia. Il Parlamento, come luogo in cui si discute e ci si confronta, è stato completamente esautorato, mortificandone il ruolo per cui viene eletto dai cittadini.

La divisione delle carriere, su cui insistono i fautori del SÌ come fine nobile della riforma, in Italia esiste già di fatto dopo la riforma Cartabia. Per renderla completa e universale, bastava una legge ordinaria, senza andare a toccare i delicati equilibri tra i poteri dello Stato e senza modificare la Costituzione.

In realtà, il fine principale della riforma sembra quello di disarticolare il Consiglio superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno che ne garantisce l’indipendenza dagli altri poteri. La divisione del Consiglio superiore della magistratura (CSM) in due – Consiglio superiore per la magistratura inquirente (i pubblici ministeri) e Consiglio superiore per la magistratura giudicante (i giudici) – disarticola l’ordine giudiziario rendendolo più debole.

I due nuovi consigli superiori conservano tutti i poteri previsti dalla Costituzione per il CSM unico, ad eccezione dell’azione disciplinare che viene trasferita a un’Alta (chissà perché “alta”) Corte disciplinare, che giudicherà i giudici accusati di scorrettezze o di negligenza. Ne conservano anche la composizione – membri di diritto, membri indicati dal Presidente della Repubblica, membri togati (scelti tra i giudici), membri laici (scelti dal Parlamento tra avvocati e professori universitari). La novità è che – per tutti e tre i nuovi organismi previsti dalla riforma – i membri togati e i membri laici saranno sorteggiati.

Il sorteggio sarà secco per la scelta dei membri togati e temperato per la scelta dei membri laici: quelli togati saranno scelti per sorteggio tra tutti i magistrati; quelli laici saranno, invece, scelti dal parlamento; solo dopo interviene il sorteggio tra i componenti della lista votata dal parlamento. La composizione dei membri togati sarà, quindi, completamente affidata al caso, quella dei membri laici sarà invece orientata politicamente dalla maggioranza di turno.

Il sorteggio toglie ai magistrati il diritto di eleggere i propri rappresentanti e ne fa dei cittadini di serie B, ledendo il principio di uguaglianza (art. 3 della Costituzione) e compromettendone la tutela dei diritti personali «sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità» garantiti dall’art. 2 della Costituzione.

L’Alta corte riservata solo ai magistrati si configura inoltre come un tribunale speciale contraddicendo l’art. 102 c.2 della Costituzione, che vieta i tribunali speciali, tristemente famosi perché erano i tribunali che servivano a eliminare o rendere inoffensivi gli avversari del regime fascista.

L’Alta corte decide da sola sulle condanne e sulle assoluzioni dei magistrati finiti sotto processo, perché in caso di condanna il magistrato può presentare appello, ma… alla stessa corte, che si riunirà con una composizione diversa. Anche questo lede i diritti dei magistrati che, a differenza degli altri cittadini, se imputati, non hanno diritto ad appellarsi alla Corte di Cassazione, l’organo supremo di giurisdizione in Italia.

L’art. 8 della legge di riforma affida al governo il compito di scrivere i decreti attuativi. Il ministro Nordio e il sottosegretario Mantovano hanno più volto assicurato che i decreti saranno scritti confrontandosi con la magistratura e con le forze di opposizione. Lo faranno davvero o continueranno a procedere senza accettare il confronto come hanno fatto durante il lungo iter della legge costituzionale?

Queste sono le criticità della legge su cui siamo chiamati a votare il 22 e il 23. Su di esse torneremo a confrontarci martedì 17, come al solito discutendo sul merito ed evitando i toni da social, che hanno impedito una serena discussione su una legge che va a toccare un punto nevralgico di ogni costituzione, quella della separazione e dell’indipendenza dei poteri dello Stato.

Personalmente, per le criticità elencate prima, voterò NO alla riforma, perché la ritengo complessivamente peggiorativa rispetto al testo della Costituzione del 1948.

Matteo Speraddio

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