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Le Regioni in Italia

A differenza dei Comuni e delle Province, le Regioni non hanno una tradizione consolidata nella storia istituzionale della penisola. L’istituto regionale è stato introdotto dalla Costituzione entrata in vigore dal primo gennaio del 1948, che lo prevedeva nel Titolo V sulle autonomie locali.

Immediatamente, con leggi costituzionali approvate a pochi mesi dalla promulgazione della Costituzione, il Parlamento della neonata Repubblica armonizzò nella cornice costituzionale le cosiddette “Regioni a statuto speciale” – Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Sicilia, Sardegna e, anni dopo, Friuli-Venezia Giulia – mentre per oltre vent’anni le “Regioni a statuto ordinario” rimasero lettera morta. Per le Regioni si votò infatti per la prima volta nel 1970 ed ebbero una vita grama negli ultimi decenni del Novecento, con pochi fondi da spendere e poche funzioni da svolgere.

La “questione settentrionale”

A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, nel Paese scoppiò la cosiddetta “questione settentrionale” e movimenti autonomistici cominciarono a parlare di federalismo e addirittura di secessione (la nascita della Lega Nord risale al 1991), mettendo in discussione l’unità del Paese faticosamente raggiunta con il Risorgimento (1861) e riconquistata con la Resistenza dopo la disarticolazione dello Stato monarchico seguita all’8 settembre (dopo l’annuncio della resa dell’Italia il re Vittorio Emanuele III abbandonò la capitale e fuggì a Brindisi, per mettersi sotto la protezione degli angloamericani) e la nascita della Repubblica sociale di Salò al nord.

I movimenti autonomistici trovarono il loro ideologo in Gianfranco Miglio che, con una proposta non banale, parlava di regionalismo europeo e di trasformazione dello Stato italiano in senso federale o confederale. Lo studioso fu eletto senatore con la Lega Nord, da cui in seguito si allontanò per fondare il Partito federalista, che elettoralmente non è mai decollato.

La riscrittura del Titolo V della Costituzione

Negli anni Novanta il decentramento amministrativo divenne una bandiera del Centro sinistra, che cercò di incanalare nella cornice regionalistica le istanze di autonomia portate avanti dalla Lega Nord, cercando di strapparle dalle mani la principale bandiera politica.

In questo contesto nacque la proposta di riforma del Titolo V della Costituzione, approvata in terza lettura con una maggioranza risicata (un solo voto di scarto) e confermata da referendum popolare (lg costituzionale 1/2001).

Nella nuova versione, al terzo comma, dopo aver ricordato le Regioni a Statuto speciale, l’art 116 recita: «Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia (…) possono essere attribuite ad altre Regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei principi di cui all’art. 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa tra lo Stato e la Regione interessata.»

La legge sull’autonomia differenziata

Per dare attuazione a questa disposizione costituzionale, in un contesto politico particolarmente favorevole alla Lega, è stata approvata la legge 86/2024, la cosiddetta “legge Calderoli”, che prende il nome dal senatore e ministro leghista che l’ha promossa e propugnata.

Mentre le ricche Regioni del Nord (Liguria, Piemonte, Veneto, Lombardia e, in un primo momento, anche Emilia Romagna) si affrettavano ad avviare la procedura per l’intesa con il Governo (si parlò di “secessione dei ricchi”), quattro Regioni (Puglia, Toscana, Campania e Sardegna, tutte amministrate dal Centro sinistra) hanno presentato ricorso alla Corte costituzionale, perché tutta la legge fosse dichiarata incostituzionale o, in subordine, che fossero dichiarate incostituzionali parti della legge che rischiavano di accentuare le disuguaglianze territoriali e/o di minare la coesione nazionale.

La Corte costituzionale, con la sentenza 192/2024, ha respinto l’istanza di incostituzionalità della legge Calderoli, ma ha imposto una serie di limitazioni per rendere più aderente la legge al dettato costituzionale, invitando il Parlamento a modificarla secondo le indicazioni della Corte.

I paletti della Consulta

In particolare la Corte, 1) ha stabilito che non si possono trasferire intere materie dallo Stato alle Regioni senza fondate giustificazioni; 2) ha negato che il Governo possa modificare i Livelli essenziali delle prestazioni con decreto legislativo; 3) ha precisato che il finanziamento delle funzioni trasferite non può essere basato sulla spesa storica, ma sui costi standard; 4) ha stabilito che la trattativa per l’intesa deve essere specifica per ogni Regione, analitica e fondata anche scientificamente; 5) ha riportato al centro della decisione il Parlamento, evitando che tutto si risolvesse nell’intesa Governo/Regione interessata.

Una bocciatura parziale, ma severa.

Il ministro Calderoli va avanti, nonostante il parere della Consulta

Nonostante questo, nella sua veste di Ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Calderoli ha avviato trattative con quattro Regioni – Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto – per il passaggio dallo Stato a queste Regioni di quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza integrativa o complementare, coordinamento della finanza pubblica.

Su questo ha richiamato l’attenzione Massimo Villone, uno dei più autorevoli costituzionalisti italiani, con un articolo sull’edizione napoletana de la Repubblica del 7 giugno, invitando le Regioni a presentare un nuovo ricorso alla Corte costituzionale.

Due giorni dopo, Giuliano Laccetti, sempre sull’edizione napoletana de la Repubblica, ha ricordato che l’intervento della Corte costituzionale tende a preservare l’unità della Repubblica italiana, la solidarietà territoriale, l’eguaglianza dei diritti dei cittadini italiani, qualunque sia la loro residenza sul territorio della Repubblica. Battersi per il rigoroso rispetto della sentenza della Corte – aggiunge – «non è una battaglia del Sud contro il Nord. È una battaglia costituzionale per un’Italia più coesa, più solidale e più uguale».

Quali le conseguenze per il Sud e per l’Italia

Una materia complessa e tormentata. Per questo abbiamo invitato a parlarne Cesare Correnti. Per capire meglio che cos’è l’autonomia differenziata e quali conseguenze può avere per il Sud e per l’Italia.

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