
Gigli di Barra, facchini di San Giovanni
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.
Dai Gigli di Barra ai facchini di San Giovanni: una storia di forza sovrumana
di ENZO MORREALE
Qualche giorno fa mi è stata recapitata la rivista L’Illustrazione Italiana del 1903. L’ho acquistata perché avevo visto tre immagini della Festa dei Gigli di Barra, piuttosto interessanti e, per la verità, già pubblicate sul web. Le foto, di D. E. Andruzzi, sono corredate da alcune righe di Luigi Conforti, per la verità non molto benevole, perlomeno nella conclusione. Volevo vedere l’originale, il costo era estremamente contenuto e si poteva fare.
Intanto, sabato 26 settembre, alle ore 9:30, in Piazza Bisignano, si terrà una bella e interessante iniziativa dedicata alla Festa dei Gigli: “Barra. Museo a cielo aperto – Visita guidata ai Gigli”.
Gli organizzatori sottolineano che l’iniziativa intende ampliare lo sguardo oltre i Gigli, collegando la Festa alla storia del territorio e del Casale della Barra. Durante il percorso verranno raccontate le Ville Vesuviane, le antiche Chiese e i Monasteri, importanti testimonianze del patrimonio storico e culturale del quartiere.
L’iniziativa, promossa da “Barra R-Esiste”, “Società Operaia di Mutuo Soccorso”, “La Casa di Francesca”, “Sii turista della tua Città!” e “Festa dei Gigli – By Saviogroup”, propone un percorso alla scoperta degli otto Gigli della Festa di Barra, delle loro storie, delle tecniche di realizzazione e delle tradizioni che li accompagnano.
L’iniziativa valorizza anche il patrimonio storico e culturale del quartiere, tra Ville Vesuviane, Chiese e Monasteri, con l’obiettivo di mantenere viva e tramandare l’identità di Barra.
Del servizio e delle foto pubblicate sulla rivista mi hanno colpito cinque aspetti.
- Dalle due immagini pubblicate a pagina 326, che recano le didascalie «Come si trasportano i gigli di Barra» e «La musica su di un giglio», ho stimato che il numero dei cullatori, o collatori, dovesse essere di quarantotto uomini.
Oggi le paranze possono disporre di 128 uomini per alzata. È veramente notevole la disparità nel numero degli uomini impegnati tra le due epoche. Ed è proprio questo che rende il confronto con le fotografie del 1903 davvero interessante:
- 1903: 8 “varretielli” × 1 uomo per lato = 16 ai “varretielli”;
- oggi: 8 “varretielli” × 3 uomini per lato = 48 ai “varretielli”;
- 1903: 8 “varre” × 2 uomini per lato = 32 alle “varre”;
- oggi: 8 “varre” × 5 uomini per lato = 80 alle “varre”.
Dunque, nel 1903 erano 48 i cullatori, contro i 128 odierni.
Ora, non credo che trasportare un giglio, ancora oggi, sia per i cullatori una passeggiata. Ci sono ancora adesso cullatori che portano i segni della “festa” sul proprio corpo: la cosiddetta “patana”, cioè una grossa protuberanza sulla spalla; a Barra è ancora abbastanza diffusa, anche se in decremento.
Ma il paragone con la paranza del 1903 è impareggiabile.
Ho letto che oggi un giglio raggiunge il peso di 45 quintali, cioè 4.500 chilogrammi. Dividendo questo peso per i 128 cullatori, si ottiene un peso pro capite di circa 35,2 kg.
È un dato puramente teorico, perché evidentemente il peso non viene distribuito in maniera uniforme tra tutti i cullatori; tuttavia, rende l’idea della mole che ciascuno deve contribuire a sostenere. Per avere un termine di paragone concreto, si tratta grosso modo del peso di tre casse d’acqua, ciascuna da sei bottiglie da due litri, portate in spalla per 15/16 ore. Insomma, un inferno.
Se facciamo lo stesso calcolo per il giglio del 1903, utilizzando volutamente lo stesso peso di 4.500 kg, nonostante quanto si dice circa il fatto che i gigli di allora fossero ancora più pesanti, con soli 48 cullatori si arriva a 93,75 kg pro capite, cioè circa 94 kg per uomo: l’equivalente di circa otto casse d’acqua.
Naturalmente anche in questo caso si tratta soltanto di una media matematica e non del peso effettivamente sostenuto da ciascun cullatore. Ma proprio per questo il dato è, se possibile, ancora più impressionante: ho utilizzato per il 1903 lo stesso peso di riferimento dell’epoca attuale e, nonostante ciò, il rapporto passa da circa 35 a 94 kg per uomo.
Se poi i gigli del 1903 erano davvero più pesanti, come mi è stato riferito, il divario sarebbe stato ancora maggiore. Forse venivano trasportati per meno ore, ma il fardello resta comunque qualcosa di sovrumano.
A tale proposito, nel suo scritto Conforti sottolinea la fatica a cui erano sottoposti i cullatori: «È uno spettacolo quasi straziante», aggiungendo poi: «Sembrano i dannati di Malebolge», cioè i dannati che finiscono nell’Ottavo Cerchio dell’Inferno».
Non credo, tuttavia, che con questa espressione Conforti si riferisca direttamente ai cullatori, come se fossero essi stessi meritevoli della pena dell’Ottavo Cerchio, quanto piuttosto al clima e alle condizioni particolarmente difficili e faticose cui erano sottoposti.
Mi sono chiesto: chi poteva reggere tanta fatica?
Qui ci sono alcuni articoli pubblicati in Usi e Costumi di Napoli e Contorni, di Francesco De Bourcard, Napoli, 1858, che possono fornirci alcuni indizi sui professionisti del facchinaggio.
Qui ritorna la questione dei facchini della Dogana di San Giovanni, veri e propri professionisti, forse gli unici a poter sobbarcarsi, in quelle condizioni, la mole del giglio.
Nel paragrafo del volume dal titolo «I lazzaroni e i facchini», di Enrico Cossovich, a proposito della Festa dei Gigli di Nola si legge:
«Ciascun lato di essi gigli è adorno di fiori, nastri, bende, festoni, statuette di carta pesta e simiglianti cose. La macchina è divisa in più ordini, nel primo dei quali è collocata una orchestra, ed accompagnati dal suono di questa, i facchini (che sono appunto i san Giovannari) ballano a tempo di musica con quello smisurato peso sulle spalle. Gli altri ordini sono occupati da popolani, nei loro abiti da festa e le donne si rivestono de’ migliori ornamenti che posseggono».
Aggiunge ancora:
«Prova della smisurata e direi quasi favolosa forza onde sono dotati i San Giovannari è la processione de’ gigli, per noi sopra descritta, ma ancor meglio e co’ propri occhi può assicurarsene chiunque voglia trasferirsi un momento alla Gran Dogana ed osservare gli enormi pesi che trasportano quotidianamente, e sempre sovra una sola spalla; ed io sono stato assicurato da persone del luogo molto degne di fede siccome un solo di cotesti facchini giunga talvolta a sollevare (avvegnachè a poca distanza) non meno di quattro cantaia».
Quindi si parla di 356,4 kg. Probabilmente nel racconto c’è sicuramente enfasi, ma in ogni caso traspare che i San Giovannari erano professionisti incomparabili del sollevamento pesi.
Sempre nel medesimo volume, nel paragrafo “Da Napoli a Pompei”, Giuseppe Orgitano scrisse:
«S. Giovanni a Teduccio, oltre di essere il paese de’ paludani, è anche quello de’ facchini. Una colonia di atleti vi abita. Come Atene era il paese della intelligenza, S. Giovanni è il paese della forza fisica. Ivi si è Ercoli da padre in figlio, […] Questi negozianti di muscoli hanno per campo di battaglia la dogana di Napoli, […]».
- Il secondo aspetto che ho notato dalle citate foto è relativo alla banda musicale, che si avvaleva di diverse trombe e tromboni e di una grancassa, suonata da un musicista in maschera.
Evidentemente, la massiccia presenza di strumenti musicali a fiato era dovuta al fatto che c’era bisogno di propagare il più possibile la musica. Insomma, non si disponeva dell’amplificazione che oggi consente di percepire la musica finanche a San Giovanni.
I cantanti non si notano e, presumibilmente, dovette essere veramente complicato per chiunque si fosse cimentato nel canto, che secondo Romano Marino nacque a partire dal 1882 (Tradizionale Festa dei Gigli… R. Marino 2004).
Si notano pure alcuni fabbricati dall’architettura inconfondibile, ancora esistenti.
- Nella foto pubblicata a pagina 319 si vede una panoramica dell’attuale Piazza De Franchis: sono visibili tre gigli e tutta la gente presente in piazza, rivolta verso la Casa Municipale, dove presumibilmente si stava svolgendo un evento.
La sede municipale, già convento di Sant’Antonio dei Frati Minori, non aveva ancora il terzo piano, che fu costruito “negli anni Venti” del ’900 (Tradizionale Festa dei Gigli… R. Marino 2004).
- Si notano pure quattro carrozzelle; in una siedono due signore con un bambino, poi altre signore con gli ombrellini per proteggersi dal sole. Signore si godono lo spettacolo finanche dai tetti, sempre munite di ombrellino. Oggi, invece, si tende ad abbrustolirsi al sole.
La scena mi suggerisce che la festa fosse frequentata non solo dal popolo o popolino, ma anche da ceti sociali che oggi si direbbero più agiati.
- L’articolo di Luigi Conforti, un intellettuale di rilievo, che, dopo una breve disamina, liquida malamente il pezzo, sostenendo che «La festa dura per lo più tre giorni, a somma edificazione dei muscoli di quei fanatici».
Insomma, rilevo un certo pregiudizio, chissà perché.
Vi aspetto a Barra sabato 26 settembre, alle ore 9:30, in Piazza Bisignano, vicino alle panchine dedicate al poeta Alfonso Zufacchi.
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L’ARTICOLO DI LUIGI CONFORTI
Il commento sulla festa dei gigli di Barra fu scritto a margine di un articolo di Luigi Conforti recante il titolo e il sottotitolo:
«Il Tesoro di Boscoreale – I Gigli di Barra – I Ponti della Valle».
Nel suo scritto Conforti sottolinea la fatica a cui erano sottoposti i cullatori: «È uno spettacolo quasi straziante», aggiungendo poi: «Sembrano i dannati di Malebolge», cioè i dannati che finiscono nell’Ottavo Cerchio dell’Inferno.
Non credo, tuttavia, che con questa espressione Conforti si riferisca direttamente ai cullatori, come se fossero essi stessi meritevoli della pena dell’Ottavo Cerchio, quanto piuttosto al clima e alle condizioni particolarmente difficili e faticose cui erano sottoposti.
Conforti conclude la sua riflessione sostenendo, in sostanza, che i cullatori dovevano necessariamente essere dei fanatici, considerando la fatica sovrumana alla quale si sottoponevano.
Si riporta di seguito lo scritto integrale di Luigi Conforti, pubblicato su «L’Illustrazione Italiana» e dedicato alla Festa dei Gigli di Barra.
«Ed ora passando ad argomento ben diverso ci è grato riportare due vedute dei famosi Gigli di Barra, che differiscono per grandiosità da quelli di Nola. Barra è un comune vesuviano assai ridente e popolato di numerose ed ampie ville, fra le quali primeggia quella del Principe di Bisignano. Ogni anno per la festa di Sant’Antonio fanno pompa di sé queste immense piramidi, rivestite di carta pesta, a forma di giganteschi campanili, adorni nei molti piani di statue di santi, di angeli, di colombe e di ghirlande di fiori, il tutto fuso in una geniale architettura barocca.
In una delle nostre riproduzioni si ha un’idea del modo col quale sono portate in giro queste macchine smisurate, sulle quali vengono ospitati con poca solidità, i cantori e le bande musicali in costume spagnuolo, ricordo dell’antica dominazione viceregnale. È uno spettacolo quasi straziante il vedere una massa d’uomini fra i più nerboruti del paese e dei dintorni, accalcarsi sotto la piattaforma, su cui si slancia l’agile e sterminato Giglio. Oppressi dalla grave mole, ansanti, sudati fino alle midolla, sbuffanti per il calore della estiva stagione, sembrano i dannati di Malebolge. Eppure, fanno a gara per far meglio saltare e girare il colossale Giglio, onde riportare il premio sugli altri, che per solito sono quasi sempre setto o otto. La festa dura per lo più tre giorni, a somma edificazione dei muscoli di quei fanatici».
